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Non chiudete RaiMed: il suo ruolo è quello di guida del rinascimento mediterraneo

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giovedì 11 febbraio 2010

Per il Mediterraneo sono in cantiere grandi progetti. Si manifesta soprattutto una vasta riscoperta della identità collettiva mediterranea, di quel senso di mediterraneità che rilancia non solo la tessitura delle civiltà nate in questo mare chiuso e volate verso ogni continente, ma contempla anche nuove dinamiche di sviluppo economico e soprattutto la diffusione della democrazia.

L’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo e l’Unione per il Mediterraneo, per esempio, sono due progetti che nascono l’una dalla volontà popolare espressa attraverso i rappresentanti nei parlamenti nazionali e l’altra dai rispettivi governi dei paesi mediterranei e dell’Europa continentale. Rappresentano un passaggio critico sia a breve che a lungo termine, e la loro riuscita dipende in gran parte dal modo in cui le rispettive iniziative vengono comunicate ai cittadini.

L’Italia è un protagonista, di ieri ma ancor più di oggi, di questo concreto progetto che comprende centinaia di milioni di persone, le quali, forse inconsapevolmente, saranno responsabili della tangibile riuscita della visione per il futuro dell’area.

Prima con il programma Mediterraneo (partito nel 1994) e con RaiMed poi, l’Italia, attraverso il servizio radiotelevisivo pubblico, ha dato prova della sua sensibilità e della sua capacità di precorrere i tempi, impegnandosi con grande coraggio industriale, culturale ed intellettuale ad affrontare un percorso di difficile attuazione culturale.

Nel momento in cui il progetto di comunicazione per il mediterraneo della RAI, viene raggiunto, non senza fatica, dalla determinazione politica e parlamentare in generale di valorizzare le qualità positive della regione, ecco che vacilla lo strumento che proprio in questo momento dovrebbe assumere un ruolo di maggior spicco, in quanto piattaforma satellitare, attraverso la quale, raggiungere tutti i cittadini del mediterraneo e invitarli a sostenere il netto cambio di marcia che intendono perseguire l’APM in sinergia con altri protagonisti istituzionali regionali, tra le quali lo stato italiano occupa un posto in prima fila.

Questo vuol essere solo un invito alla riflessione, affinché non ci si adagi esclusivamente sulla logica della mera contabilità e degli interessi di quartiere o di regioni a scapito di altre. La RAI, con grande anticipo, grazie alle professionalità dispiegate in campo, si è proiettata in un viaggio virtuale in quella serie “di civiltà accatastate le une sulle altre” e ne “le mille cose insieme” che costituiscono nell’approccio braudeliano la dimensione mediterranea. La Sicilia é una di quelle civiltà e di quelle mille cose. Nel rispetto del contributo intellettuale, finora egregiamente espresso dal Centro di Produzione RAI dell’isola, la RAI ha il dovere di riconsiderare in un’ottica, forse meno pragmatica, il ruolo socio-politico e culturale che un RaiMed, che fa capo a Palermo, può contribuire all’immagine complessiva dell’Italia agli occhi dei mediterranei.

L’Italia, non deve rinunciare al ruolo che si è ritagliata sullo scacchiere della comunicazione nel mediterraneo. La scelta di rinunciare a RaiMed rappresenta uno stridente freno all’arguta scelta politica di consolidare il proprio ruolo guida nella regione.

Forse, considerando lo scenario attuale, e cavalcando il rinnovato entusiasmo per la res mediterranea, le autorità politiche e del servizio pubblico in Italia, potrebbero invece sfruttare l’occasione per rielaborare il progetto RaiMed e alla luce delle novità, riproporlo come progetto comune per l’area mediterranea a sostegno, in collaborazione con gli omologhi della regione, della nuova tanto sperata rinascita del Mediterrane

Martin Micallef

 


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