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Al convegno " Clandestini, salute e ritorno" si firma l'accordo per il passaporto sanitario plurilingue

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venerdì 12 giugno 2009

RAGUSA, 11 giugno 2009 – Se l’Europa di Schenghen non saprà governare il processo delle migrazioni, in particolare quelle irregolari, rischia di dover fronteggiare pericolose epidemie. Lo ha detto, nella seconda giornata del congresso internazionale “Clandestini, salute e ritorno”, organizzato nell'Hotel Terraqua di Marina di Ragusa dall’Ulss 20 di Verona e dall’Ausl 7 di Ragusa sotto l’egida dell’Unione europea e dell’Iom, organismo partner dell’ Onu per l’immigrazione, uno dei massimi esperti europei dell’argomento, il professor Istvan Szilard, docente dell’Università ungherese di Pecs e per anni consulente dell’Ue su questi temi.
“La paura – ha detto il prof. Szilard – presente in alcuni stati dell’Unione tra cui l’Italia, che i migranti possano essere veicolo di pericolose malattie ha qualche fondamento di verità. Ma lo è soprattutto perché i clandestini non si rivolgono alle nostre strutture sanitarie per paura di essere rimpatriati e quindi non sono controllabili. E perché le nostre nazioni non hanno ancora compreso che occorre investire in questo campo, dando una formazione anche sanitaria al personale alle frontiere e aggiornando costantemente i medici. Non si tratta solo di una questione umanitaria, ma della sicurezza e della difesa della salute dei cittadini europei, a cominciare da quelli che stanno più a contatto con gli immigrati”.
Il timore è stato confermato da uno dei medici in prima linea nell’affrontare l’emergenza immigrazione, il dott. Vincenzo Morello, responsabile sanitario del Centro di prima accoglienza di Pozzallo (Ragusa).
“L’impatto – ha spiegato – di malattie in Italia ormai da decenni scomparse, come la tubercolosi, la difterite, la lebbra, la sifilide, potrebbe rivelarsi disastroso e in pochi anni potremmo assistere alla ricomparsa massiva di certe affezioni, per le quali non si vaccina più, con gli effetti che tutti possiamo immaginare. Ecco perché è indispensabile che l’Europa, proprio per difendersi, investa in indagini diagnostiche, oltre che ovviamente in cure, sugli immigrati. Per accertare se un immigrato è affetto da tubercolosi, per esempio, basterebbe un’intradermo reazione, un esame da pochi euro. Invece i protocolli non lo prevedono”.
Il congresso, che rappresenta la final conference del progetto He.re. messo a punto da Ulss 20 di Verona e Ausl 7 di Ragusa, ha visto oggi anche gli interventi di Giorgio Terranova, dirigente dell’Ufficio Stranieri della Questura di Ragusa, di Fortunato Miceli della sezione immigrazione dell’Ausl 7 iblea, di Simona Moscarelli di Iom Roma e di Anastasia Leontopolu della Ong greca Praksis.
Domani, nella giornata conclusiva, verrà firmato il documento di proposta di buone prassi che sarà sottoposto all’Ue e in cui confluiranno le esperienze di importanti rappresentanti provenienti da altri sedici Paesi.


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